Poesia cammina con me

Anni fa stavo tornando a casa dopo una giornata di lavoro, camminavo veloce, e, all’improvviso, ho visto al mio fianco una serie di fogli appesi al muro. Formato A4, bianchi, poche parole piccole e nere, scorrevano veloci seguendo il mio passo. Ho rallentato ed ho notato che erano poesie, così ho iniziato a leggerle.

 

Per i motivi più vari, e allora come oggi, il nostro ordinario non ha difficoltà a riempirsi di cose che dobbiamo tollerare nostro malgrado, di parole violente, di falsi valori.

Ricordo però come quelle poche righe, in un attimo, mi abbiano sorpresa.

 

Mi hanno distolto dal rimanere concentrata a rimuginare sulle fatiche della giornata, invitandomi a neutralizzarle con immagini intense e piacevoli.

All’epoca mi era sembrata una cosa dal sapore antico. Lavoravo in biblioteca, ma non erano molti i lettori che chiedevano libri di poesia e io stessa non ero una gran lettrice del genere. L’episodio è stata l’occasione per conoscerlo meglio.

Quei fogli appartenevano a un collettivo di poete e poeti riuniti sotto il nome MEP (Movimento per l’emancipazione della poesia). Il loro proposito – nel mio caso, perfettamente riuscito – era quello di venire incontro al potenziale lettore, diffondendo poesia con azioni diverse, tra cui l’attacchinaggio sui muri delle città, in centro e nelle periferie.

Ancora oggi, quando ripasso per quel muretto — e non abito più da quelle parti — guardo se ci sono ancora quei fogli. L’ho fatto la scorsa settimana, e li ho trovati ancora, sbiaditi, con le parole che non si leggono più. Eppure li cerco, quasi senza accorgermene. E ricordo quel gusto.

Da allora sono passati anni, e qualcosa è cambiato. I social hanno offerto alla poesia nuovi percorsi inaspettati: breve, visiva, immediatamente condivisibile, si è rivelata un formato sorprendentemente adatto ai tempi veloci di Instagram e TikTok.

Il fenomeno degli Instapoets – termine riconosciuto anche nella Treccani – ne è la prova: poete e poeti sconosciuti hanno raggiunto milioni di lettori, e quei lettori hanno poi comprato i libri.

Non è detto però che si legga poesia più in profondità di prima. Forse si legge più spesso, ma più in fretta. Il che, a pensarci, dice qualcosa di interessante: la poesia arriva lo stesso, perché ha qualcosa che resiste. Un verso che colpisce non ha bisogno di contesto per arrivare.

E forse è proprio questo il primo pregiudizio da sfatare: che la poesia sia qualcosa di difficile, riservato a pochi. Quando invece è, o dovrebbe essere, qualcosa di naturale.

Oggi, 21 marzo, è la Giornata Mondiale della Poesia. Mi è sembrato il momento giusto per condividere tre libri che, in modi diversi, possono aiutarci ad avvicinarsi alla poesia, o a incontrarla di nuovo.

LA POESIA È UN UNICORNO (QUANDO ARRIVA SPACCA) – Francesca Genti (Mondadori)

“Il poeta Vate è una cosa del Novecento. Oggi la poesia bisogna farla camminare con noi” dichiara in un’intervista Francesca Genti, poeta e autrice di “La poesia è un unicorno (quando arriva spacca)”, un saggio dove spiega, con uno stile discorsivo e coinvolgente, i poteri magici di questa forma d’arte, capace, come il bianco animale leggendario, di cose sorprendenti, di mettere in moto tutte le nostre emozioni. Ogni capitolo è accompagnato da esempi e rimandi a poete e poeti di ogni epoca, conosciuti o meno, a prova che la lingua poetica è comunque attuale e funziona come “elastico tra passato presente e futuro”.

Sono tanti i pregiudizi sulla poesia: che sia ostica, che sia dappertutto, che chi scrive poesia sia eccentrico, che per farla basti andare a capo, che parli sempre di tramonti, gabbiani e chiari di luna. Genti li analizza uno ad uno e ci racconta come trovarla, come scoprirla e conoscerla. Ci parla di musica, di metrica, di racconto e anche del “il miglior modo per celebrarla”, ovvero usarla, utilizzandola in diverse situazioni della nostra vita. La poesia ci nutre e ci dà voce: quando riesce a farci vibrare, come “un diapason”, ci dà un segnale per trovare nella parola una parte di noi.

 

MILK AND HONEY – Rupi Kaur (tre60)

Rupi Kaur, originaria del Punjab e canadese d’adozione, è probabilmente la più famosa degli Instapoets. Il termine è stato riconosciuto da tempo anche nella Treccani e indica chi pubblica le proprie composizioni attraverso canali social, in particolare utilizzando Instagram. Il fenomeno, diffusosi negli Stati Uniti, ha consentito a molte poete e molti poeti di farsi conoscere grazie ai social e ha consentito alla poesia di raggiungere un pubblico generalmente non interessato, che però ha cominciato anche ad acquistare i libri, una volta che le autrici e gli autori seguiti sono stati pubblicati.

“Milk and Honey” è il suo primo libro, uscito inizialmente come autopubblicato dalla stessa Kaur nel 2014 e successivamente ripreso da un editore americano. Ha venduto oltre 12 milioni di copie (dato 2024) ed è stato tradotto in più di 40 lingue.

“Milk and Honey” parla di amore, di dolore, di violenza e di stupro, di caduta ma anche di rinascita e dell’importanza dell’autostima e della cura di sé. Racconta il punto di vista femminile, esperienze e stati d’animo determinati spesso da una società a conduzione maschile, che mira a far sentire la donna sbagliata e a imporle ruoli che spesso non desidera. E della forza salvifica del mezzo poetico, che aiuta a sanare le ferite del corpo e dell’anima.

Con un linguaggio semplice e rapido, dove un verso può essere costituito anche da una sola parola, la Kaur colpisce per l’incisività della sua poesia che, accompagnata dalle sue immagini e spesso dalle sue performance artistiche, amplifica la carica emotiva di un verso che è riflessione e condivisione al tempo stesso.

DIECI LEZIONI SULLA POESIA, L’AMORE E LA VITA – Bernard Friot (Lapis)

Se la poesia dovrebbe essere qualcosa di naturale, forse il modo migliore per avvicinarsi è quello di utilizzare il potere creativo delle parole senza paura di sbagliare, giocandoci, come si fa da piccoli. La poesia può essere un mezzo per conoscerci e raccontarci e gli esercizi proposti in questo libro, che parte dai ragazzi ma arriva dritto a tutti, possono essere un ottimo punto di partenza.

I due protagonisti, Kevin e Marion, sono costretti, per motivi diversi, a frequentare un corso estivo di poesia. Sono due ragazzini e tutto vorrebbero fuorché trascorrere il tempo con una cosa che appare loro noiosa e sedentaria. Eppure, grazie agli esercizi di Simon, scrittore e conduttore del laboratorio, la poesia offrirà loro l’occasione per conoscersi, capirsi e riuscire a dare voce a quello che sta loro accadendo. La poesia incontrata come un gioco diventerà un modo per comprendere e analizzare la vita e il mondo e li trasformerà in protagonisti della propria storia. Gli stessi esercizi, per rivivere l’atmosfera di questo laboratorio speciale, da soli o insieme ai propri ragazzi, si trovano anche qui.

 


 

La poesia fa quello che fanno i libri migliori: ci restituisce a noi. Non ci dà risposte ma ci dà parole per le domande che non sapevamo ancora di avere. Quando un verso ci colpisce, quando ci fermiamo su una riga e sentiamo qualcosa muoversi dentro, non è un caso: è riconoscimento. È una parte di noi che si fa vedere, forse per la prima volta.

Per questo la porto con me nel lavoro che faccio come strumento. Perché la letteratura, in tutte le sue forme, ha il potere di illuminare quello che già sappiamo di noi ma che forse non ci è ancora chiaro o che non abbiamo ancora guardato in faccia.

 


 

Se questo articolo ti ha fatto venire voglia di rallentare e leggere diversamente, sappi che esiste un percorso che ho costruito proprio attorno a questo. Si chiama Leggere mindful, leggere meglio e lavora sulla lettura come pratica consapevole — con esercizi, riflessioni, e anche la poesia tra gli strumenti. Sto pensando a nuove date e nuovi formati: se vuoi essere tra le prime o i primi a sapere, lasciami il tuo contatto nel box qui sotto.

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